Sponda, ultimo arrivato prima scelta

Sponda
Ultimo arrivato prima scelta

Torino, inizio degli anni ’50, il Borgh dël Balon (Borgo del Pallone) è un mercato a cielo aperto di rigattieri, “ciarpame” e sigarette di contrabbando. E’ anche il simbolo dei mille volti della città, in cui gli artigiani e i personaggi della Mala convivono in un apparente rispetto reciproco: ligi al detto “torinesi falsi e cortesi” si salutano educatamente per poi borbottare male parole appena svoltato l’angolo.
Gli inverni in quegli anni sono grigi come le emissioni della FIAT, freddi e lunghi come i viaggi in treno degli emigrati dal Sud Italia, venuti al Nord attirati dall’industria e da una prospettiva di vita dignitosa.
Tra i vicoli e le piazze sovraccarichi di merci più o meno lecite, più o meno di valore, si aggira un gruppo di ragazzini passandosi un pallone da calcio mezzo sgonfio e rovinato dall’acciottolato del Borgo.
“Andeve a giughé da n’auta part!” (andate a giocare da un’altra parte); le voci si levano tra i mobili esposti lungo la via, dove gli artigiani temono che una pallonata possa rovinare la loro mercanzia.
“Anduma al Maglio?” (Andiamo al Maglio) si chiedono i ragazzini. Il Maglio all’epoca è uno spazio abbandonato, un fabbricone dimenticato in cui sono ancora evidenti i segni dell’antica fucina militare, in cui si forgiavano i proiettili dei cannoni dell’esercito regio. Un quadrato vuoto, coperto, uno stadio ideale per interminabili partite a calcio che possono durare interi pomeriggio.
“Il primo che arriva fa la squadra”, quando parte l’urlo dal gruppo i bambini si mettono a correre verso il cortile, su per la rampa di accesso di fianco al SERMIG, fino all’ingresso della fabbrica. I primi due arrivati sono i capitani e si giocano alla morra la scelta del primo giocatore.

 

 

“Sponda!”. La prima scelta ricade sempre su di lui, Giovanni Verolengo detto Sponda. Sì, perchè al Maglio non esiste il fallo laterale e i muri perimetrali rappresentano un solido compagno di squadra con cui poter inventare triangoli e fraseggi semplicemente facendoci rimbalzare contro la palla.
Giovanni è il campione indiscusso di questa tecnica, capace di seminare gli avversari solo con l’aiuto del muro. Avere Sponda in squadra vuol dire avere 2 giocatori: lui e quelle pareti in mattoni solide e altruiste, sempre pronte a restituire la palla al compagno.
La fama di Giovanni Verolengo arriva fino a Ferruccio Novo, presidente di un Torino Football Club che sta cercando di ricreare una squadra dopo la tragedia di Superga. Sponda ovviamente è troppo giovane per giocare in prima squadra, ma Ferruccio rimane colpito dalla sua abilità e propone al padre un provino nelle giovanili, nella speranza di trovare un nuovo Mazzola in grado di far rinascere la passione per la squadra.
Sponda si presenta al Filadelfia il giorno seguente ma il provino è un disastro. Vuoi l’emozione, vuoi le scarpe coi tacchetti a cui non è abituato, vuoi quel maledetto fallo laterale che gli toglie il suo più fedele compagno di gioco, il Mazzola del Balon non riesce a fare altro che lanciare la palla in panchina per tutta la partita. Da grande dispensatore di dribbling e azioni personali da porta a porta, Sponda finisce per essere considerato uno “spazzatore”, uno di quelli che a costo di affrontare l’avversario butta la palla fuori dal campo.Vilipeso dai coetanei in maglia granata, Giovanni torna tra i rassicuranti confini del Borgh dël Balon dove viene comunque accolto da grande campione.
Da allora nessuno gli ha mai chiesto del provino, tutti hanno continuato a considerarlo un gran giocatore, un visionario che avrebbe potuto regalare al calcio un livello di spettacolarità superiore, limitato solo ed esclusivamente da quel perimetro di gesso bianco.
Il mito di Sponda non si è mai spento fino alla riapertura del cortile del Maglio, quando un ignaro decoratore ha rifatto l’intonaco dell’ingresso del cortile, quello in cima alla rampa dove si decidevano i capitani delle squadre, dove fino agli anni ’80 capeggiò la scritta “Sponda ultimo arrivato prima scelta”.
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